I movimenti sociali degli anni ‘60 e ‘70 del novecento impedirono l’aumento della quota di profitti in proporzione a quella destinata ai salari. Al contempo, da un lato, le dimensioni delle imprese implicavano la crescita a dismisura dei costi di organizzazione, tanto da neutralizzare i vantaggi derivanti dall’ininfluenza dei costi per macchinari. Dall’altro, la durevolezza dei beni prodotti portò alla saturazione del mercato. Vale a dire che nel complesso si rompeva il circolo virtuoso tra investimenti, consumi e profitti e questi ultimi si abbassavano drasticamente. Questo contesto innescò, insieme all’inflazione, una situazione di crisi.
La contraddizione si manifestava tra la necessità capitalistica di produzione di plusvalore e la rigidità della lotta operaia. Iniziò una fuga di capitale dall’investimento “produttivo”, verso le prime forme di speculazione finanziaria: si trattava di aumentare artificiosamente la disponibilità di moneta circolante, liberandola così dalla lotta contro la forza lavoro organizzata; lotta volta all’aumento del pluslavoro. Ciò fu reso possibile dalla deregolamentazione del sistema monetario internazionale (la fine di Bretton Woods) e dei mercati finanziari (libera circolazione dei capitali). Altri strumenti di reazione del capitale furono: la trasformazione della pesante struttura d’impresa fordista-taylorista, resa più leggera e capace di adattarsi alle esigenze di mercato in modo flessibile; il contestuale snellimento attraverso licenziamenti di massa, capaci al contempo di smembrare il fronte operaio, abbassare i salari e imporre alle organizzazioni sindacali pesanti sconfitte; il venir meno del ruolo di regolazione sociale dello stato, attraverso la riduzione drastica della componente di spesa pubblica destinata al welfare, e di garanzia del compromesso tra capitale e lavoro, con la fine della contrattazione collettiva.
Il welfare state pubblico venne smantellato, ma non vennero smantellati i bisogni sociali di protezione dalle incertezze. Orientando i lavoratori a dirigere i propri risparmi verso i fondi di investimento privati si rispondeva a due necessità apparentemente contrastanti: quella di salario differito da parte della forza lavoro (le pensioni, le assicurazioni) e quella di moneta da parte dei mercati finanziari. Attraverso questo afflusso di liquidità, le imprese reperirono le risorse necessarie per superare il momento di crisi della domanda ed affrontare le ristrutturazioni. Parimenti, ciò ruppe il fronte della forza lavoro, segmentandolo tra classe media, che, pur vittima anch’essa delle trasformazioni in atto, poteva accedere alla rendita finanziaria, e nuovi disoccupati. Questo avvenne fino ad indurre uno sdoppiamento di personalità nei soggetti che, in quanto risparmiatori, si trovavano a sostenere politiche aziendali contro i loro interessi di lavoratori. Apparve allora un processo che vale tutt’ora: la remunerazione delle scelte d’impresa passa attraverso la valorizzazione finanziaria, senza confrontarsi con il lavoro vivo oggettivizzato nella merce.
In un contesto in cui la struttura produttiva deve adattarsi in ogni momento alle mutevoli condizioni del mercato, diventa imprescindibile una nuova organizzazione del lavoro. La figura lavorativa centrale, più che dell’addestramento necessario per la catena di montaggio, abbisogna delle capacità di lavorare in rete, di innovare e di prestarsi a ruoli produttivi sempre diversi. In altre parole, è la capacità intellettiva del lavoratore ad essere messa a valore. È un nuovo paradigma produttivo: il capitalismo cognitivo, produzione di denaro a mezzo di conoscenza.
Il capitale tenta di misurare l’apporto alla produzione del fattore produttivo conoscenza, volendo appropriarsene alienandola dai soggetti che la mettono in rete. Ciò avviene attraverso differenti strumenti: la riduzione del potere contrattuale della forza lavoro, ovverosia la sua precarizzazione; la codificazione, standardizzazione e parcellizzazione della conoscenza; il controllo della rete attraverso la quale avviene la cooperazione dei cervelli; l’accesso differenziato alla conoscenza tramite riforme politiche del sistema educativo; l’introiezione forzata da parte della futura forza lavoro di ritmi, sistemi valoriali e di subordinazione coerenti con la logica di mercato; infine, il copyright. L’appropriazione del fattore produttivo conoscenza passa anche attraverso l’esproprio del sapere creato autonomamente nella società, riducendo i costi di ricerca e sviluppo interni alle imprese. Dal momento che il capitalismo cognitivo poggia sulla condizione che ci sia una cultura diffusa che fornisca, da un lato, forza lavoro e, dall’altro, consumatori, quanto appena esposto risulta un’evidente contraddizione interna a questo paradigma. Esempio ne è la cosiddetta crisi della new-economy.
Altra peculiarità del capitalismo cognitivo consiste nel fatto che attraverso la finanza si cerchi di superarare la separazione tra capitale e lavoro: canalizzare i risparmi collettivi in titoli di debito può apparire come un tentativo di socializzazione dei mezzi di produzione, almeno sul piano della retorica di pacificazione sociale. Ma, se nella determinazione del valore di un titolo entrano tutta la struttura d’impresa ed il rapporto tra capitale e lavoro, è la vita stessa del lavoratore ad essere oggetto e strumento di valutazione da parte del mercato. Implicazione ne è il disciplinamento dei comportamenti proletari e il loro assoggettamento al ricatto finanziario. Questo si basa sul controllo delle politiche pubbliche attraverso il loro finanziamento tramite titoli di debito pubblico.
Un’altra contraddizione riguarda il ruolo imprescindibile della finanza come mercato in cui si fissa il valore dei prodotti immateriali. Ma come è possibile stabilire qual’è il valore creato da un’idea? Mentre nel regime di fabbrica si poteva misurare l’apporto di un’innovazione semplicemente guardando il numero di prodotti aggiuntivi che permetteva di sfornare in un’ora, oggi è impossibile misurare secondo criteri quantitativi il valore creato da un’idea. Ad esempio: cosa giustifica il prezzo di vendita di 200 euro, a Milano, di un paio di scarpe nike prodotte in Vietnam al costo di 5 euro? Il brand è un valore definito non in base a criteri quantitativi oggettivi, ma in base ad una convenzione sociale. Cioè in base ad un criterio che si potrebbe definire “politico”, ossia in base a pratiche linguistico-relazionali che hanno molto più a che fare con la creazione di immaginari che con con la catena di montaggio. Per questo, è il mercato finanziario, il mercato delle convenzioni, attraverso la moneta, a sanzionare l’apporto del sapere alla produzione, ossia il suo valore. Tuttavia, nella determinazione del corso dei titoli e dell’andamento generale di borsa intervengono variabili altamente volatili. Queste sono legate, da un lato, a meccanismi psicologici di massa (convenzioni, euforia irrazionale) e al loro sfruttamento da parte della speculazione. Dall’altro, a fattori istituzionali (istituti di rating, spesso operanti in modo tutt’altro che trasparente) e ideologici (precetti di politica economica ritenuti verità assolute e inconfutabili). Ne consegue la destabilizzazione operata dalla finanza sul ciclo produttivo e sulle esistenze degli individui. La determinazione dell’apporto del sapere alla produzione, cioè il suo valore, non può che essere politica. Altrimenti detto: dipende dai rapporti di forza tra capitale e lavoro.
Questo ruolo destabilizzante della finanza esercita il suo potere in particolare sulle scelte di produzione. Le decisioni di breve periodo, quali licenziamenti, acquisizioni e fusioni, vengono compiute sulla base delle reazioni dei mercati borsistici, piuttosto che in un’ottica di lungo periodo volta al consolidamento di un’impresa. Ciò comporta lo sfasamento dei tempi dell’economia reale. Questo, insieme alle contraddizioni insite nel capitalismo cognitivo, agisce a sua volta come fattore destabilizzante delle convenzioni finanziarie, scatenando le crisi.
La politica dei governi e quella delle banche centrali non sfuggono alla subordinazione ai mercati finanziari: la circolazione monetaria non è più monopolio degli agenti pubblici, ma subisce le interferenze delle borse. Vale a dire che anche la sovranità sulla moneta si privatizza. Inoltre, l’azione dei governi è vincolata alla generazione di fiducia sui mercati finanziari per creare stabilità, in quanto da quest’ultima dipende anche il debito pubblico. Il contraltare dell’azione istituzionale è la speculazione: essa può vanificare qualsiasi manovra di riequilibrio. Ne discende il fatto che anche la più grande immissione di moneta sui mercati può risultare inefficace per contrastare una crisi. Ne abbiamo esempio palese sotto agli occhi.
La speculazione, anzi, è alimentata dalla disponibilità forzata della politica a impedire fallimenti clamorosi, che avrebbero ricadute sull’intera economia. È proprio la creazione di nuova moneta a fornire agli speculatori ulteriore fiducia. In altri termini, è la soluzione di una crisi a gettare le fondamenta della crisi successiva. Questo è il processo ciclico di crisi che si manifesta ogni tre anni circa, a partire dal 1987. Ne consegue un problema di democrazia: la politica non è autonoma dai mercati finanziari e dal capitale che vi si esplica.
La tanto sbandierata contrapposizione tra capitale produttivo, cioè generatore di profitto industriale, e improduttivo, cioè generatore di rendita finanziaria, infatti qui si dissolve. Non esiste un capitale buono e uno cattivo: l’uno è funzionale all’altro nella creazione di un equilibrio oscillatorio. L’oscillazione derivata dalle crisi viene assorbita dalla società: le perdite vengono socializzate. Vale a dire, che la crisi la paghiamo noi. Il passaggio dalla fabbrica alla società avviene attraverso l’appropriazione indebita di ricchezza collettiva, preesistente ed esterna ai mercati. Anzi, è proprio la fine della novecentesca contrapposizione tra fabbrica e società. Rendita e profitto sono la stessa cosa.
Questa “alleanza” è talmente forte da assoggettare i meccanismi di autorganizzazione politica e di socialità alle sue esigenze. Ciò non toglie che vi sia una componente “operaia” della determinazione della crisi. La casa è un bisogno sociale. Se non viene garantito a livello pubblico, ma viene demandato al credito privato, sarà anch’esso, in caso di insolvenza, causa di crisi. La caduta dei mutui subprime mostra come la privatizzazione del welfare, in questo caso del diritto alla casa, non garantisca, in caso di crisi, il sostegno al riequilibrio. Analogamente potrebbe accadere con la privatizzazione dell’istruzione.
La soluzione riformista alla crisi risiede nella creazione di nuovi strumenti di welfare. Ad esempio, un reddito di esistenza che remuneri la cooperazione sociale sottesa alla produzione cognitiva; che restituisca, cioè, parte del sapere collettivo espropriato dalla finanza. Altra forma di stabilizzazione contro le oscillazioni cicliche deve essere l’investimento pubblico in conoscenza, che liberi il lavoratore cognitivo dalla ricattabilità e che liberi le coscienze dalla dittatura della finanza. Occorre ancora una drastica limitazione alla creazione dei diritti di proprietà, per permettere la libera circolazione del sapere. Per avere il tempo di organizzarci contro la rendita, prendiamoci l’obiettivo di breve periodo. Contro la crisi, democrazia!
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