Il movimento contro la l.133 è straripato all’interno della cittadella universitaria pavese. La semplice circolazione di informazioni riguardante i contenuti della legge ha permesso il dispiegarsi di energie: era chiaramente latente il malcontento per la precarizzazione e la riforma permanente. Nel suo continuo propagarsi, la mobilitazione è fuoriuscita dagli schemi tradizionali in cui alcuni avrebbero voluto incasellarla. Si è fatta irrappresentabile, apartitica, autonoma.
Dal suo pragmatismo è emersa una discontinuità rispetto ai movimenti novecenteschi, nonché la necessità di un’analisi collettiva, razionale e ragionata. Gli universitari sono partiti dagli articoli 16 e 66 della l.133, ma iniziano a rivendicare la soddisfazione di tutti i loro bisogni, materiali e immateriali.
Una peculiarità di Pavia è la scelta di forme di mobilitazione che prescindono dalle pratiche tradizionali: in quanto non funzionali tatticamente. E’ stata ribaltata la prescrizione della legge 133: non tagliare la cultura, ma praticarla. Contro chi ci vorrebbe far studiare di meno, noi studiamo di più.
Nei fatti, è stato istituito un “Laboratorio permanente per la mobilitazione” in aula E [scienze politiche]. Con un gesto liberatorio, senza complessi di inferiorità verso le mobilitazioni altrui, è giunta la risposta all’esigenza di uno spazio in cui i gruppi sull’autoriforma possano studiare e da cui diffondere la mobilitazione, insieme a informazioni e sapere critico. Auspichiamo la liberazione di nuovi spazi di confronto e crescita.
Le ragionevoli proposte studentesche, avanzate fin dalla prima assemblea d’Ateneo, non sono state accettate dal Rettore, il quale appare, più che timido, pavido. In questo si differenzia da molti rettori di altri atenei, che hanno apertamente appoggiato gli studenti. Quando il Magnifico afferma di volersi muovere in accordo con gli altri atenei all’interno della Conferenza dei Rettori [CRUI], in realtà temporeggia: il suo sogno neanche tanto nascosto è quello di entrare in AQUIS [Associazione per la Qualità delle Università Italiane Statali]. Vale a dire, saltare sull’unica scialuppa di salvataggio rimasta, mentre la barca affonda.
AQUIS è il consorzio di quegli atenei che, nel corso di un incontro avvenuto nel marzo di quest’anno a Bologna, si sono autonominati “virtuosi”, sulla base di criteri, da loro stessi individuati, quantitativi [più di 15mila iscritti], di bilancio [meno del 90% del FFO destinato agli stipendi] e “meritocratici” [essere citati in una delle classifiche internazionali di valutazione degli atenei]. Per entrare nell’associazione è sufficiente soddisfare solo due di questi tre indicatori, vale a dire che la meritocrazia e l’eccellenza tanto sbandierate possono del tutto scomparire dalla valutazione. AQUIS vorrebbe trattare direttamente con il Governo, in separata sede, la redistribuzione dei pochi fondi rimasti, creando, di fatto, un sistema universitario composto da pochi atenei “eccellenti” e tutti gli altri, sottofinanziati. Evidentemente, la mobilitazione studentesca non può essere strumentalizzata in tal senso. Stella è avvertito: al tavolo con il Governo andrà solamente il movimento studentesco, e solo per parlare dell’autoriforma dell’Università. Ciò implica che nemmeno la CRUI potrà trattare, poiché ha avallato le riforme degli ultimi dieci anni, contribuendo ad affossare il sistema universitario pubblico.
In egual misura, l’appoggio puramente morale di quei professori che non si espongono troppo è espressione di interessi ben determinati. Il loro comportamento si limita alla conservazione degli usuali rapporti baronali. È necessario che tutti i docenti si rendano conto che l’autoriforma dal basso è già iniziata, anche senza il loro sostegno.
La protesta di Pavia ha contribuito a sospendere ulteriori disegni di legge sull’università, ora si tratta di imporre al Governo l’apertura di trattative sulla riforma dell’università fatta dall’università, che abroghi la legge 133.
La riforma del sistema universitario concerne anche il concetto di rappresentanza. Le proporzioni all’interno degli organi istituzionali ribaltano quelle nelle aule: nel Senato Accademico di Pavia siedono 19 professori, 4 ricercatori, 4 studenti, 2 PTA, mentre il rapporto medio studenti-docenti a lezione è 20 a 1. Questi numeri dipingono la rappresentanza come una pura formalità, uno specchietto per le allodole. Logica conseguenza è che neppure le organizzazioni parasindacali possono trattare a nome di tutti gli studenti. Gli studenti rappresentano se stessi, dentro al movimento, unico interlocutore del potere. In altri Paesi europei gli studenti non devono versare nessun obolo in cambio dell’istruzione superiore. La rivoluzione americana venne innescata da un semplice concetto: no taxation without representation. Ognuno tragga pure le proprie conclusioni…
Gli studenti dell’università pubblica devono essere messi in condizione di poter studiare. Materialmente. Questo presuppone l’accesso a servizi di qualità e convenienti: pasti adeguati ed economici, abitazioni dignitose ad affitti calmierati, biblioteche sterminate e sempre aperte, libri e quaderni cartacei a prezzo contenuto, libri e quaderni digitali [pdf e notebook] gratuiti. La mobilità studentesca deve essere incentivata, dall’autobus urbano notturno alle borse di studio per soggiorni all’estero. L’università e la città non possono essere separate: la cultura e la libera aggregazione degli studenti devono essere favorite dalle istituzioni, non ostacolate. Senza opportuni provvedimenti a riguardo, si renderà necessaria un’autoriduzione del costo di tutti i beni di prima necessità.
Il punto, però, è diritto a quale studio? Sicuramente non a quello odierno. La didattica va valutata in entrambe le direzioni: se gli studenti ricevono un voto, anche i docenti meritano un giudizio, cui seguano sanzioni vincolanti ad personam. Il ricorso a seminari deve essere prevalente, perché implica un legame diretto tra la ricerca e una didattica aggiornata e di qualità . I periodi didattici vanno radicalmente rivisti: i corsi annuali permettono un approfondimento maggiore della materia rispetto ai parcellizzati trimestri da “esamificio”.
A monte della didattica vi è la ricerca. I criteri “oggettivi” di valutazione imposti dall’alto [es. OCSE] non sono efficaci, per stessa ammissione di alcuni tra gli istituti che compilano le classifiche. Essi sono talvolta solo indicativi o riduttivi, ma possono originare effetti perversi: ad esempio a sostegno del mainstream attraverso la pubblicazione in determinate riviste; oppure la legittimazione di lobby di studiosi che si citano vicendevolmente per aumentare il numero di riferimenti. Inoltre, la valutazione della ricerca non è confrontabile di disciplina in disciplina: ci sono discipline in cui la ricerca porta a risultati poco misurabili e altre più facilmente vittime di valutazione ideologiche; di luogo in luogo: dipende dalle strutture e dai fondi disponibili dove viene realizzata la ricerca. Ne risulta che la valutazione possa essere realizzata solo tramite commissioni composte ad hoc, magari a estrazione casuale, che valutino caso per caso, sia all’inizio della ricerca, che nel corso, che alla fine. Con un serio sistema di giudizio diverrebbe possibile legare al merito, e non più all’anzianità, gli aumenti di stipendio. Come dire: incentivare l’innovazione e non l’invecchiamento.
A monte della ricerca vi è il reclutamento del personale. Proponiamo l’istituzione di concorsi nazionali con graduatorie pubbliche, verifica nel corso della carriera e vincoli molto stretti per debellare le attuali reti clientelari. Quando si sarà affermata un’eticità “scandinava” diffusa, anche l’assunzione a chiamata non porrà problemi di favoritismi e sarà un modello più agile e meno costoso. Si deve prevedere la possibilità di sanzionare finanziariamente gli atenei che assumono o hanno assunto secondo criteri non di qualità, se questo viene scoperto monitorando l’attività di ricerca dei lavoratori. Va combattuta la precarietà derivante dal sottofinanziamento, in quanto implica una selezione dei ricercatori in base al censo [solo chi ha una sicurezza economica alle spalle sarà disposto ad affrontare tale carriera] e impedisce la necessaria programmazione di medio-lungo periodo dei progetti, determinando interruzioni di ricerche già avviate.
Stiamo già costruendo la nuova Università. Bisogna continuare a farlo, studiando. Il propositivo lavoro di analisi critica e approfondimento dei gruppi di studio deve essere messo in condizione di proseguire. Quello che stiamo facendo accresce la nostra formazione e arricchisce la società. Tuttavia, non è compreso nei meccanismi di riconoscimento della carriera universitaria. La necessità di laurearci pesa come un macigno sulla nostra autoformazione e sui tempi di vita. Vale a dire, che studiamo, ma non ci danno i crediti che ci spettano. Dobbiamo pretenderli, 60 uguali per tutti. Dobbiamo strapparli, come obiettivo di breve periodo per organizzarci contro la misurazione e svalutazione del sapere. Insomma, contro i crediti stessi.
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voi dite “Si deve prevedere la possibilità di sanzionare finanziariamente gli atenei che assumono o hanno assunto secondo criteri non di qualità, se questo viene scoperto monitorando l’attività di ricerca dei lavoratori”. bene, portatevi avanti: cominciate a monitorare i prossimi imminenti concorsi a ricercatore che vi saranno a pavia (oddio, per allenarvi e divertirvi scoprire possibili analogie, corsi e ricorsi , ad esempio sui nomi di certi commissari.. , potreste passare al vaglio anche concorsi passati recenti: di questi dovrebbero essere pubblicati anche i verbali, che dovrebbero essere reperibili su internet ) : istituite apertamente, alla luce del sole, un osservatorio PERMANENTE di “salute pubblica” sulla regolarità “sostanziale” e non meramente formale di questi concorsi: il che significa andare a vedere: chi sono i commissari, eventualmente quali rapporti (sodali…?) vi sono o vi sono stati tra essi, chi e quanti sono i candidati, chi e quanti di questi si presentano alle prove (capita a volta che sia 1 solo…); il vincitore è un esterno di valore o è il solito “allevato” in loco?, a cose fatte (una volta che verranno pubblicati i verbali) confrontate i curricola del vincitore con quelli degli altri (come si sa, spesso i più bravi , e quindi i più temibili per l’allevato in loco che invece “dovrà vincere” , vengono scoraggiati a partecipare al concorso), etc.
non si tratta di mettere in atto azioni poliziesche, perchè tutte queste informazioni sono, devono essere, pubbliche. molte di queste (sui concorsi, numero di partecipanti, componenti delle commissioni, votazioni che hanno portato alla nomina delle commissioni ) sono già reperibili sul sito miur dedicato al Reclutamento. gli stessi verbali ad un certo punto devono essere resi pubblici.
a pavia c’è solo l’imbarazzo della scelta tra prossimi concorsi a ricercatore : ce ne sono una 40 di imminenti, in quasi tutte le facoltà più importanti :economia, giurisprudenza, scienze politiche, medicina, lettere..
buon lavoro
s.