trasloco

ci siamo spostati su noblogs!

http://cuapavia.noblogs.org/

La lotta non si arresta

Mettendo al bando ogni teoria complottista, e` palese la volonta` di reprimere il dissenso e cancellare ogni germe di nuova idea. Il G8 dell’universita`, l’incontro tra potenti per decidere dei deboli, non può portare miglioramenti del sistema universitario: l’unico risultato è la cristallizzazione del processo di mercificazione del Sapere. Allo stesso modo il G8 non risolverà i problemi del mondo, perchè a discuterne sono i responsabili di tali mali.
La nostra protesta “anti-G8”, quella dei tanti studenti e ricercatori confluiti a Torino il 18 maggio, vorrebbe portare alla luce le contraddizioni di un sistema economico iniquo. Essa è nata nell’ottica di proporre dei cambiamenti sostanziali al sistema formativo, in contrasto col processo di Bologna.
Allo stesso modo, ci opponiamo all’antidemocratico meeting de L’Aquila, proponendo invece un movimento internazionale per la liberazione dallo sfruttamento e per l’autodeterminazione di tutti i popoli.
Le operazioni di polizia che hanno portato all’arresto di 21 manifestanti e militanti dell’università ha come obiettivo fermare tutto questo e colpire con un’unica mossa le speranze e le lotte nell’università e per un mondo più equo, libero da oppressione e sfruttamento.
Fermare con operazioni di polizia le nostre proteste, significa fare carta straccia delle liberta` individuali e collettive. Il nuovo regime, vigente in Italia, ha adottato questa prassi: altri esempi lampanti sono le norme contenute nel “pacchetto sicurezza” e le imposizioni militaresche all’interno dei campi dei rifugiati aquilani. Non ultimo, le violenze poliziesche sono all’ordine del giorno (oggi o domani sarà resa nota la sentenza sul caso Aldrovandi).
Noi studenti dell’universita` di Pavia, ci opporremo a questo delirio sicuritario e repressivo, convinti che sia possibile gettare il cervello (e non solo il cuore) oltre gli ostacoli che la politica di palazzo e dei banchieri vogliono opporci.

INTANTO, MASSIMA SOLIDARIETA` AI COMPAGNI ARRESTATI.


Liberi, liberi, liberi
Liberi tutti

Da ciò che uccide te e tutto ciò che ho intorno
Dall’uomo che non è padrone del suo giorno
Da tutti quelli che inquinano il mio campo
Io mi libererò perché ora sono stanco

25 APRILE – CORTEO

25-copy1

25 APRILE
1945-2009
64esimo anniversario dalla Liberazione
Corteo a Pavia
Spezzone Autonomo
h. 9,30 piazzale Ghinaglia – partenza corteo
h.10,30 piazza del Carmine – colazione partigiana

serata universitaria

serata universitaria marzo

serata universitaria marzo

collettivo universitario autonomo proudly presents:

serata universitaria

gikiman

dancehall reggae

mercoledì 25 marzo h.22 @ csa barattolo – via dei mille 130 pavia

26/12/2008: AD ATENE UNA RIVOLTA DIFFERENTE

 

Los Angeles 1992, Francia 2005, oggi la Grecia. Le nostre società sono sature di una rabbia non riconosciuta che all’improvviso si cristallizza intorno a un abuso o a un atto di repressione. Ma gli studenti ellenici, consapevoli di essere una «generazione perduta» e derubata del futuro, mettono in scena una ribellione «dopo Seattle», che non chiede riforme.
Penso che le nostre società siano ormai oltre modo sature di una rabbia non riconosciuta, che può improvvisamente cristallizzarsi intorno a un abuso di polizia o a una repressione di stato. Il seme della rivolta ha già palesemente dato il suo frutto, ma la società borghese a malapena riconosce il suo raccolto.

A Los Angeles, nel 1992, ad esempio, ogni adolescente in strada (o, inversamente, ogni poliziotto di ronda) sapeva che la battaglia conclusiva stava arrivando. Tra i giovani e il governo cittadino si stava aprendo una spaccatura sempre più ampia, tale da essere ben evidente anche per l’osservatore meno accorto: arresti di massa settimanali, innumerevoli pestaggi di ragazzi disarmati da parte della polizia, la schedatura ingiustificata dei giovani black, l’esercizio vergognoso di una giustizia a due pesi e due misure, e così via. Eppure, una volta arrivati allo scoppio decisivo, sulla scia della sentenza giudiziaria che assolse la polizia colpevole di aver picchiato Rodney King fin quasi alla morte, le élite politiche e mediatiche reagirono quasi come se una forza segreta e imprevedibile si fosse liberata dalle profondità della terra.
I media (che perlopiù osservavano dall’alto degli elicotteri) in seguito cercarono di far passare nell’opinione pubblica una percezione della rivolta basata sulla drastica semplificazione e stereotipizzazione: gangs di neri appiccavano fuoco nelle strade e depredavano. In realtà la sentenza del caso Rodney King divenne il nucleo attorno al quale istanze di lotta, fra loro molto diverse, coalizzarono. Delle migliaia di arrestati solo pochi erano davvero membri di gang, e addirittura appena un terzo erano afro-americani. La maggioranza era composta di poveri immigrati o dei loro figli arrestati per furto di pannolini, scarpe e televisori nei negozi di quartiere. L’economia di Los Angeles attraversava allora (esattamente come oggi) una forte recessione, che colpiva maggiormente i quartieri «latinos» a sud e a ovest di downtown; ma la stampa non si era mai occupata della loro miseria esistenziale, così l’esistenza di una «rivolta del pane» all’interno del movimento fu quasi completamente ignorata.

In maniera simile, oggi, in Grecia, un’«ordinaria» atrocità della polizia finisce per scatenare una rivolta che viene etichettata come rabbia inspiegabile e attribuita ad oscuri anarchici: mentre, in realtà, una «guerra civile a bassa intensità» sembra aver caratterizzato da tempo la relazione tra la polizia e diversi strati giovanili.
Non ho alcuna qualificazione per esprimermi sulla specificità della situazione greca, ma ho l’impressione che ci siano qui importanti discontinuità rispetto alla Francia del 2005. La segregazione spaziale degli immigrati e delle fasce povere giovanili appare meno estrema che a Parigi, mentre le prospettive di lavoro per i figli della piccola borghesia sono considerevolmente peggiori: l’intersezione di queste due circostanze porta nelle strade di Atene una miscela più varia di studenti e giovani disoccupati. Inoltre i giovani greci appartengono a una tradizione di protesta continua e a una cultura di resistenza che è unica in Europa.
Quali sarebbero le richieste avanzate dai manifestanti greci?
Sicuramente percepiscono con chiarezza spietata che la depressione globale preclude le riforme tradizionali del sistema educativo e del mercato del lavoro. Perché dovrebbero aver fiducia in un’iterazione del Pasok e delle sue promesse mancate? Ma è vero anche che si tratta di una tipologia originale di rivolta, prefigurata dagli scoppi precedenti di Los Angeles, Londra, e Parigi, ma derivante da una nuova e più profonda consapevolezza: che il futuro è già stato derubato in anticipo. Infatti, quale generazione nella storia moderna (a parte i figli dell’Europa del 1914) è mai stata così globalmente tradita dai propri padri?
Mi angoscio su questo punto perché ho quattro figli, e anche il più giovane di loro comprende che il loro futuro potrebbe essere radicalmente diverso dal mio passato. La mia generazione di «baby-boomers» consegna ai suoi eredi un’economia mondiale collassata, un picco stupefacente di disuguaglianza sociale, guerre brutali combattute sulle frontiere imperiali, e un clima planetario fuori controllo.
Atene è considerata da molti come la risposta alla domanda: «dopo Seattle, cosa ancora?» Il riferimento è alle dimostrazioni anti-Wto e alla «battaglia di Seattle» del 1999, quando si aprì una nuova era di protesta non violenta e di attivismo civile. L’incredibile popolarità dei social forum mondiali, i milioni scesi in strada nel 2003 contro l’invasione dell’Iraq da parte di Bush, il supporto diffuso al protocollo di Kyoto, tutto ciò aveva alimentato l’enorme speranza che un «altro» mondo fosse possibile
Eppure la guerra non è finita, le emissioni di gas serra sono aumentate, e il movimento dei social forum sta languendo. Un intero ciclo di proteste è giunto al termine proprio quando le caldaie del capitalismo globale di Wall Street sono esplose, rivelando in un sol colpo problemi radicali insieme a nuove opportunità per il radicalismo.
La rivolta di Atene mette fine a un lungo periodo di aridità e di rabbia. Il suo nucleo sembra insofferente agli slogan speranzosi e alle soluzioni ottimistiche – distinguendosi così dalle spinte utopistiche del 1968 e dallo spirito fiducioso del 1999. L’assenza di domande di riforma, di sicuro, è ciò che scandalizza di più, non i cocktail di molotov o lo vetrine rotte dei negozi. Non somiglia granché alla sinistra studentesca degli anni ’60, né alle rivolte intransigenti dei sottoproletari anarchici di Montmartre alla fine dell’Ottocento, e neanche al «Barrio Chino» di Barcellona durante i primi anni ’30.
Alcuni attivisti, naturalmente, considerano i fatti di Atene come una riproposizione dello stile di protesta di Seattle, alterato da un certo quoziente di «passionalità mediterranea». Questa interpretazione funziona all’interno del paradigma «Obama-porterà-il-cambiamento», che legge il presente come un ritorno dei movimenti di riforma politica degli anni ’30 e degli anni ’60.
Ma altri giovani attivisti di mia conoscenza rifiutano questa lettura. Si identificano piuttosto (così come fecero gli anarchici fin de siècle) con una «generazione perduta», e vedono nelle strade di Atene il metro appropriato alla loro rabbia. È sicuramente pericoloso sopravvalutare l’importanza di una rivolta che ha uno specifico contesto nazionale, ma il mondo è diventato infiammabile, e Atene è la prima scintilla.

di Mike Davis, Il seme DELL’IRA (Trad. Nicola Vincenzoni)

http://associazione-aut-aut.noblogs.org/post/2008/12/23/ad-atene-una-rivolta-differente-il-seme-dell-ira

OGGI COME IERI ISRAELE ASSASSINO!

 

NUOVA STRAGE NELLA STRISCIA DI GAZA

Un’ecatombe, oltre 400 morti, più di 900 feriti di cui 170 gravi. La strage del Sabbath, denominata “Piombo Fuso”, è continuata per tutta la notte. Tra sabato e domenica l’aviazione israeliana ha ripetutamente sganciato missili anche su obiettivi non militari, ma definiti ugualmente “terroristici”, come la moschea di Gaza City. La lunga lista dei morti, principalmente civili, suggerisce come Israele stia portando avanti un’azione diversa dalle precedenti, legate al controllo dei confini.

Mentre il ministro israeliano della Difesa Barak cerca di spostare ancora oltre la soglia, evocando una possibile azione di terra, gli ambienti e le agenzie militari tacciono. Secondo le dichiarazioni di Barak le azioni «potrebbero essere ampliate e approfondite». Tali azioni rappresenterebbero un disastro di proporzioni immani e certamente, dal punto di vista politico, allargherebbero le dimensioni del conflitto.

Intanto tutto sembrerebbe far prevedere un’ulteriore escalation del conflitto scatenato da Israele. Non solo con il lavoro di intelligence di Israele, anche a bassa intensità con telefonate che invitato la popolazione di Gaza alla delazione e a non ospitare resistenti nelle proprie case. Non solo con l’ennesima azione dell’aviazione israeliana che hacondotto questa mattina un nuovo raid sulla Striscia, colpendo un camion cisterna a Rafah e case civili. Hamas ha risposto lanciando razzi contro le città israeliane di Ashkelon, Sderot, Gan Yavne e Ashdod. Ma certamente i dati più preoccupanti sono quelli del richiamo da parte di Israele di oltre 6500 riservisti e dell’addensamento di ingenti truppe israeliane al confine con la Striscia. Intanto, sempre questa mattina, cinque caccia israeliani hanno sorvolato il Libano meridionale, sulla zona di Bint Jbeil, a sud di Beirut.

Il leader politico di Hamas, Khaled Meshall, ha invocato una “terza Intifada”, chiarendo che Gaza non si piegherà mai ad Israele e alle sue violenze. Hamas ha inoltre dato l’ordine, anche a tutte le formazioni, di prepararsi per la resistenza.



Gaza, inizia la macelleria israeliana. Oltre 160 i morti

la cronaca di guerra del 27 dicembre

Con l’ausilio della minimizzazione complice dei media internazionali, Israele inizia la sua “vendetta” e scatena l’inferno bellico high tech di cui è capace contro un intero popolo.

Oltre 160 morti e centinaia di feriti: questo è il bilancio attuale (12,30 ora locale) degli attacchi aerei israeliani in corso contro la Striscia di Gaza. L’aviazione da guerra israeliana sta bombardando in diverse punti a Gaza City e nel resto della Striscia. Un vero e proprio massacro! Sul terreno ci sono già 150 morti e centinaia di feriti, ma il bilancio è destinato a salire tragicamente. Le ambulanze stanno accorrendo sul luoghi dei bombardamenti per soccorrere i feriti e portare via i cadaveri.

Sono state bombardate tutte le sedi amministrative e politiche della Striscia di Gaza ma la macchina bellica sionista non fa distinzioni. Sono i civili, i bambini, la dirigenza delle forze dell’ordine, dell’amministrazione pubblica, a essere colpiti.

Fonti mediche hanno riferito che ci sono centinaia di feriti. E’ una vera e propria guerra: gli attacchi aerei stanno colpendo il nord, il sud e il centro della Striscia. Una macelleria cui si farà scudo accampando la pioggia di qualche decina di razzi Qassam lanciata da militanti di Hamas dopo l’annuncio della fine di una tregua che solo loro avevano rispettato  (sono infatti continuati, in questi ultimi mesi, gli omicidi “mirati” e lo strangolamento “civile” della Striscia).
D’altro canto, la propaganda mediatica  occidentale, svergognatamente filo-sionista ha iniziato già da qualche settimana a prepararci alla ineluttabilità di questa guerra a senso unico, vera carneficina di biblica memoria, dando la colpa a Hamas e ai razzetti Qassam.

Un nuovo capitolo di un lento genocidio, nel silenzio complice della “comunità internazionale”.

Contributo telefonico dalla striscia di Gaza

 Infopal in collegamento telefonico con Vittorio Arrigoni, da Gaza: “stanno facendo una strage”

 

LA CRISI È REALE

I movimenti sociali degli anni ’60 e ’70 del novecento impedirono l’aumento della quota di profitti in proporzione a quella destinata ai salari. Al contempo, da un lato, le dimensioni delle imprese implicavano la crescita a dismisura dei costi di organizzazione, tanto da neutralizzare i vantaggi derivanti dall’ininfluenza dei costi per macchinari. Dall’altro, la durevolezza dei beni prodotti portò alla saturazione del mercato. Vale a dire che nel complesso si rompeva il circolo virtuoso tra investimenti, consumi e profitti e questi ultimi si abbassavano drasticamente. Questo contesto innescò, insieme all’inflazione, una situazione di crisi.

La contraddizione si manifestava tra la necessità capitalistica di produzione di plusvalore e la rigidità della lotta operaia. Iniziò una fuga di capitale dall’investimento “produttivo”, verso le prime forme di speculazione finanziaria: si trattava di aumentare artificiosamente la disponibilità di moneta circolante, liberandola così dalla lotta contro la forza lavoro organizzata; lotta volta all’aumento del pluslavoro. Ciò fu reso possibile dalla deregolamentazione del sistema monetario internazionale (la fine di Bretton Woods) e dei mercati finanziari (libera circolazione dei capitali). Altri strumenti di reazione del capitale furono: la trasformazione della pesante struttura d’impresa fordista-taylorista, resa più leggera e capace di adattarsi alle esigenze di mercato in modo flessibile; il contestuale snellimento attraverso licenziamenti di massa, capaci al contempo di smembrare il fronte operaio, abbassare i salari e imporre alle organizzazioni sindacali pesanti sconfitte; il venir meno del ruolo di regolazione sociale dello stato, attraverso la riduzione drastica della componente di spesa pubblica destinata al welfare, e di garanzia del compromesso tra capitale e lavoro, con la fine della contrattazione collettiva.

Il welfare state pubblico venne smantellato, ma non vennero smantellati i bisogni sociali di protezione dalle incertezze. Orientando i lavoratori a dirigere i propri risparmi verso i fondi di investimento privati si rispondeva a due necessità apparentemente contrastanti: quella di salario differito da parte della forza lavoro (le pensioni, le assicurazioni) e quella di moneta da parte dei mercati finanziari. Attraverso questo afflusso di liquidità, le imprese reperirono le risorse necessarie per superare il momento di crisi della domanda ed affrontare le ristrutturazioni. Parimenti, ciò ruppe il fronte della forza lavoro, segmentandolo tra classe media, che, pur vittima anch’essa delle trasformazioni in atto, poteva accedere alla rendita finanziaria, e nuovi disoccupati. Questo avvenne fino ad indurre uno sdoppiamento di personalità nei soggetti che, in quanto risparmiatori, si trovavano a sostenere politiche aziendali contro i loro interessi di lavoratori. Apparve allora un processo che vale tutt’ora: la remunerazione delle scelte d’impresa passa attraverso la valorizzazione finanziaria, senza confrontarsi con il lavoro vivo oggettivizzato nella merce.

In un contesto in cui la struttura produttiva deve adattarsi in ogni momento alle mutevoli condizioni del mercato, diventa imprescindibile una nuova organizzazione del lavoro. La figura lavorativa centrale, più che dell’addestramento necessario per la catena di montaggio, abbisogna delle capacità di lavorare in rete, di innovare e di prestarsi a ruoli produttivi sempre diversi. In altre parole, è la capacità intellettiva del lavoratore ad essere messa a valore. È un nuovo paradigma produttivo: il capitalismo cognitivo, produzione di denaro a mezzo di conoscenza.

Il capitale tenta di misurare l’apporto alla produzione del fattore produttivo conoscenza, volendo appropriarsene alienandola dai soggetti che la mettono in rete. Ciò avviene attraverso differenti strumenti: la riduzione del potere contrattuale della forza lavoro, ovverosia la sua precarizzazione; la codificazione, standardizzazione e parcellizzazione della conoscenza; il controllo della rete attraverso la quale avviene la cooperazione dei cervelli; l’accesso differenziato alla conoscenza tramite riforme politiche del sistema educativo; l’introiezione forzata da parte della futura forza lavoro di ritmi, sistemi valoriali e di subordinazione coerenti con la logica di mercato; infine, il copyright. L’appropriazione del fattore produttivo conoscenza passa anche attraverso l’esproprio del sapere creato autonomamente nella società, riducendo i costi di ricerca e sviluppo interni alle imprese. Dal momento che il capitalismo cognitivo poggia sulla condizione che ci sia una cultura diffusa che fornisca, da un lato, forza lavoro e, dall’altro, consumatori, quanto appena esposto risulta un’evidente contraddizione interna a questo paradigma. Esempio ne è la cosiddetta crisi della new-economy.

Altra peculiarità del capitalismo cognitivo consiste nel fatto che attraverso la finanza si cerchi di superarare la separazione tra capitale e lavoro: canalizzare i risparmi collettivi in titoli di debito può apparire come un tentativo di socializzazione dei mezzi di produzione, almeno sul piano della retorica di pacificazione sociale. Ma, se nella determinazione del valore di un titolo entrano tutta la struttura d’impresa ed il rapporto tra capitale e lavoro, è la vita stessa del lavoratore ad essere oggetto e strumento di valutazione da parte del mercato. Implicazione ne è il disciplinamento dei comportamenti proletari e il loro assoggettamento al ricatto finanziario. Questo si basa sul controllo delle politiche pubbliche attraverso il loro finanziamento tramite titoli di debito pubblico.

Un’altra contraddizione riguarda il ruolo imprescindibile della finanza come mercato in cui si fissa il valore dei prodotti immateriali. Ma come è possibile stabilire qual’è il valore creato da un’idea? Mentre nel regime di fabbrica si poteva misurare l’apporto di un’innovazione semplicemente guardando il numero di prodotti aggiuntivi che permetteva di sfornare in un’ora, oggi è impossibile misurare secondo criteri quantitativi il valore creato da un’idea. Ad esempio: cosa giustifica il prezzo di vendita di 200 euro, a Milano, di un paio di scarpe nike prodotte in Vietnam al costo di 5 euro? Il brand è un valore definito non in base a criteri quantitativi oggettivi, ma in base ad una convenzione sociale. Cioè in base ad un criterio che si potrebbe definire “politico”, ossia in base a pratiche linguistico-relazionali che hanno molto più a che fare con la creazione di immaginari che con con la catena di montaggio. Per questo, è il mercato finanziario, il mercato delle convenzioni, attraverso la moneta, a sanzionare l’apporto del sapere alla produzione, ossia il suo valore. Tuttavia, nella determinazione del corso dei titoli e dell’andamento generale di borsa intervengono variabili altamente volatili. Queste sono legate, da un lato, a meccanismi psicologici di massa (convenzioni, euforia irrazionale) e al loro sfruttamento da parte della speculazione. Dall’altro, a fattori istituzionali (istituti di rating, spesso operanti in modo tutt’altro che trasparente) e ideologici (precetti di politica economica ritenuti verità assolute e inconfutabili). Ne consegue la destabilizzazione operata dalla finanza sul ciclo produttivo e sulle esistenze degli individui. La determinazione dell’apporto del sapere alla produzione, cioè il suo valore, non può che essere politica. Altrimenti detto: dipende dai rapporti di forza tra capitale e lavoro.

Questo ruolo destabilizzante della finanza esercita il suo potere in particolare sulle scelte di produzione. Le decisioni di breve periodo, quali licenziamenti, acquisizioni e fusioni, vengono compiute sulla base delle reazioni dei mercati borsistici, piuttosto che in un’ottica di lungo periodo volta al consolidamento di un’impresa. Ciò comporta lo sfasamento dei tempi dell’economia reale. Questo, insieme alle contraddizioni insite nel capitalismo cognitivo, agisce a sua volta come fattore destabilizzante delle convenzioni finanziarie, scatenando le crisi.

La politica dei governi e quella delle banche centrali non sfuggono alla subordinazione ai mercati finanziari: la circolazione monetaria non è più monopolio degli agenti pubblici, ma subisce le interferenze delle borse. Vale a dire che anche la sovranità sulla moneta si privatizza. Inoltre, l’azione dei governi è vincolata alla generazione di fiducia sui mercati finanziari per creare stabilità, in quanto da quest’ultima dipende anche il debito pubblico. Il contraltare dell’azione istituzionale è la speculazione: essa può vanificare qualsiasi manovra di riequilibrio. Ne discende il fatto che anche la più grande immissione di moneta sui mercati può risultare inefficace per contrastare una crisi. Ne abbiamo esempio palese sotto agli occhi.

La speculazione, anzi, è alimentata dalla disponibilità forzata della politica a impedire fallimenti clamorosi, che avrebbero ricadute sull’intera economia. È proprio la creazione di nuova moneta a fornire agli speculatori ulteriore fiducia. In altri termini, è la soluzione di una crisi a gettare le fondamenta della crisi successiva. Questo è il processo ciclico di crisi che si manifesta ogni tre anni circa, a partire dal 1987. Ne consegue un problema di democrazia: la politica non è autonoma dai mercati finanziari e dal capitale che vi si esplica.

La tanto sbandierata contrapposizione tra capitale produttivo, cioè generatore di profitto industriale, e improduttivo, cioè generatore di rendita finanziaria, infatti qui si dissolve. Non esiste un capitale buono e uno cattivo: l’uno è funzionale all’altro nella creazione di un equilibrio oscillatorio. L’oscillazione derivata dalle crisi viene assorbita dalla società: le perdite vengono socializzate. Vale a dire, che la crisi la paghiamo noi. Il passaggio dalla fabbrica alla società avviene attraverso l’appropriazione indebita di ricchezza collettiva, preesistente ed esterna ai mercati. Anzi, è proprio la fine della novecentesca contrapposizione tra fabbrica e società. Rendita e profitto sono la stessa cosa.

Questa “alleanza” è talmente forte da assoggettare i meccanismi di autorganizzazione politica e di socialità alle sue esigenze. Ciò non toglie che vi sia una componente “operaia” della determinazione della crisi. La casa è un bisogno sociale. Se non viene garantito a livello pubblico, ma viene demandato al credito privato, sarà anch’esso, in caso di insolvenza, causa di crisi. La caduta dei mutui subprime mostra come la privatizzazione del welfare, in questo caso del diritto alla casa, non garantisca, in caso di crisi, il sostegno al riequilibrio. Analogamente potrebbe accadere con la privatizzazione dell’istruzione.

La soluzione riformista alla crisi risiede nella creazione di nuovi strumenti di welfare. Ad esempio, un reddito di esistenza che remuneri la cooperazione sociale sottesa alla produzione cognitiva; che restituisca, cioè, parte del sapere collettivo espropriato dalla finanza. Altra forma di stabilizzazione contro le oscillazioni cicliche deve essere l’investimento pubblico in conoscenza, che liberi il lavoratore cognitivo dalla ricattabilità e che liberi le coscienze dalla dittatura della finanza. Occorre ancora una drastica limitazione alla creazione dei diritti di proprietà, per permettere la libera circolazione del sapere. Per avere il tempo di organizzarci contro la rendita, prendiamoci l’obiettivo di breve periodo. Contro la crisi, democrazia!

Analisi sulla mobilitazione (pavese) contro la L.133/08 e proposte per l’autoriforma universitaria

Il movimento contro la l.133 è straripato all’interno della cittadella universitaria pavese. La semplice circolazione di informazioni riguardante i contenuti della legge ha permesso il dispiegarsi di energie: era chiaramente latente il malcontento per la precarizzazione e la riforma permanente. Nel suo continuo propagarsi, la mobilitazione è fuoriuscita dagli schemi tradizionali in cui alcuni avrebbero voluto incasellarla. Si è fatta irrappresentabile, apartitica, autonoma.

Dal suo pragmatismo è emersa una discontinuità rispetto ai movimenti novecenteschi, nonché la necessità di un’analisi collettiva, razionale e ragionata. Gli universitari sono partiti dagli articoli 16 e 66 della l.133, ma iniziano a rivendicare la soddisfazione di tutti i loro bisogni, materiali e immateriali.

Una peculiarità di Pavia è la scelta di forme di mobilitazione che prescindono dalle pratiche tradizionali: in quanto non funzionali tatticamente. E’ stata ribaltata la prescrizione della legge 133: non tagliare la cultura, ma praticarla. Contro chi ci vorrebbe far studiare di meno, noi studiamo di più.

Nei fatti, è stato istituito un “Laboratorio permanente per la mobilitazione” in aula E [scienze politiche]. Con un gesto liberatorio, senza complessi di inferiorità verso le mobilitazioni altrui, è giunta la risposta all’esigenza di uno spazio in cui i gruppi sull’autoriforma possano studiare e da cui diffondere la mobilitazione, insieme a informazioni e sapere critico. Auspichiamo la liberazione di nuovi spazi di confronto e crescita.

Le ragionevoli proposte studentesche, avanzate fin dalla prima assemblea d’Ateneo, non sono state accettate dal Rettore, il quale appare, più che timido, pavido. In questo si differenzia da molti rettori di altri atenei, che hanno apertamente appoggiato gli studenti. Quando il Magnifico afferma di volersi muovere in accordo con gli altri atenei all’interno della Conferenza dei Rettori [CRUI], in realtà temporeggia: il suo sogno neanche tanto nascosto è quello di entrare in AQUIS [Associazione per la Qualità delle Università Italiane Statali]. Vale a dire, saltare sull’unica scialuppa di salvataggio rimasta, mentre la barca affonda.

AQUIS è il consorzio di quegli atenei che, nel corso di un incontro avvenuto nel marzo di quest’anno a Bologna, si sono autonominati “virtuosi”, sulla base di criteri, da loro stessi individuati, quantitativi [più di 15mila iscritti], di bilancio [meno del 90% del FFO destinato agli stipendi] e “meritocratici” [essere citati in una delle classifiche internazionali di valutazione degli atenei]. Per entrare nell’associazione è sufficiente soddisfare solo due di questi tre indicatori, vale a dire che la meritocrazia e l’eccellenza tanto sbandierate possono del tutto scomparire dalla valutazione. AQUIS vorrebbe trattare direttamente con il Governo, in separata sede, la redistribuzione dei pochi fondi rimasti, creando, di fatto, un sistema universitario composto da pochi atenei “eccellenti” e tutti gli altri, sottofinanziati. Evidentemente, la mobilitazione studentesca non può essere strumentalizzata in tal senso. Stella è avvertito: al tavolo con il Governo andrà solamente il movimento studentesco, e solo per parlare dell’autoriforma dell’Università. Ciò implica che nemmeno la CRUI potrà trattare, poiché ha avallato le riforme degli ultimi dieci anni, contribuendo ad affossare il sistema universitario pubblico.

In egual misura, l’appoggio puramente morale di quei professori che non si espongono troppo è espressione di interessi ben determinati. Il loro comportamento si limita alla conservazione degli usuali rapporti baronali. È necessario che tutti i docenti si rendano conto che l’autoriforma dal basso è già iniziata, anche senza il loro sostegno.

La protesta di Pavia ha contribuito a sospendere ulteriori disegni di legge sull’università, ora si tratta di imporre al Governo l’apertura di trattative sulla riforma dell’università fatta dall’università, che abroghi la legge 133.

La riforma del sistema universitario concerne anche il concetto di rappresentanza. Le proporzioni all’interno degli organi istituzionali ribaltano quelle nelle aule: nel Senato Accademico di Pavia siedono 19 professori, 4 ricercatori, 4 studenti, 2 PTA, mentre il rapporto medio studenti-docenti a lezione è 20 a 1. Questi numeri dipingono la rappresentanza come una pura formalità, uno specchietto per le allodole. Logica conseguenza è che neppure le organizzazioni parasindacali possono trattare a nome di tutti gli studenti. Gli studenti rappresentano se stessi, dentro al movimento, unico interlocutore del potere. In altri Paesi europei gli studenti non devono versare nessun obolo in cambio dell’istruzione superiore. La rivoluzione americana venne innescata da un semplice concetto: no taxation without representation. Ognuno tragga pure le proprie conclusioni…

Gli studenti dell’università pubblica devono essere messi in condizione di poter studiare. Materialmente. Questo presuppone l’accesso a servizi di qualità e convenienti: pasti adeguati ed economici, abitazioni dignitose ad affitti calmierati, biblioteche sterminate e sempre aperte, libri e quaderni cartacei a prezzo contenuto, libri e quaderni digitali [pdf e notebook] gratuiti. La mobilità studentesca deve essere incentivata, dall’autobus urbano notturno alle borse di studio per soggiorni all’estero. L’università e la città non possono essere separate: la cultura e la libera aggregazione degli studenti devono essere favorite dalle istituzioni, non ostacolate. Senza opportuni provvedimenti a riguardo, si renderà necessaria un’autoriduzione del costo di tutti i beni di prima necessità.

Il punto, però, è diritto a quale studio? Sicuramente non a quello odierno. La didattica va valutata in entrambe le direzioni: se gli studenti ricevono un voto, anche i docenti meritano un giudizio, cui seguano sanzioni vincolanti ad personam. Il ricorso a seminari deve essere prevalente, perché implica un legame diretto tra la ricerca e una didattica aggiornata e di qualità . I periodi didattici vanno radicalmente rivisti: i corsi annuali permettono un approfondimento maggiore della materia rispetto ai parcellizzati trimestri da “esamificio”.

A monte della didattica vi è la ricerca. I criteri “oggettivi” di valutazione imposti dall’alto [es. OCSE] non sono efficaci, per stessa ammissione di alcuni tra gli istituti che compilano le classifiche. Essi sono talvolta solo indicativi o riduttivi, ma possono originare effetti perversi: ad esempio a sostegno del mainstream attraverso la pubblicazione in determinate riviste; oppure la legittimazione di lobby di studiosi che si citano vicendevolmente per aumentare il numero di riferimenti. Inoltre, la valutazione della ricerca non è confrontabile di disciplina in disciplina: ci sono discipline in cui la ricerca porta a risultati poco misurabili e altre più facilmente vittime di valutazione ideologiche; di luogo in luogo: dipende dalle strutture e dai fondi disponibili dove viene realizzata la ricerca. Ne risulta che la valutazione possa essere realizzata solo tramite commissioni composte ad hoc, magari a estrazione casuale, che valutino caso per caso, sia all’inizio della ricerca, che nel corso, che alla fine. Con un serio sistema di giudizio diverrebbe possibile legare al merito, e non più all’anzianità, gli aumenti di stipendio. Come dire: incentivare l’innovazione e non l’invecchiamento.

A monte della ricerca vi è il reclutamento del personale. Proponiamo l’istituzione di concorsi nazionali con graduatorie pubbliche, verifica nel corso della carriera e vincoli molto stretti per debellare le attuali reti clientelari. Quando si sarà affermata un’eticità “scandinava” diffusa, anche l’assunzione a chiamata non porrà problemi di favoritismi e sarà un modello più agile e meno costoso. Si deve prevedere la possibilità di sanzionare finanziariamente gli atenei che assumono o hanno assunto secondo criteri non di qualità, se questo viene scoperto monitorando l’attività di ricerca dei lavoratori. Va combattuta la precarietà derivante dal sottofinanziamento, in quanto implica una selezione dei ricercatori in base al censo [solo chi ha una sicurezza economica alle spalle sarà disposto ad affrontare tale carriera] e impedisce la necessaria programmazione di medio-lungo periodo dei progetti, determinando interruzioni di ricerche già avviate.

Stiamo già costruendo la nuova Università. Bisogna continuare a farlo, studiando. Il propositivo lavoro di analisi critica e approfondimento dei gruppi di studio deve essere messo in condizione di proseguire. Quello che stiamo facendo accresce la nostra formazione e arricchisce la società. Tuttavia, non è compreso nei meccanismi di riconoscimento della carriera universitaria. La necessità di laurearci pesa come un macigno sulla nostra autoformazione e sui tempi di vita. Vale a dire, che studiamo, ma non ci danno i crediti che ci spettano. Dobbiamo pretenderli, 60 uguali per tutti. Dobbiamo strapparli, come obiettivo di breve periodo per organizzarci contro la misurazione e svalutazione del sapere. Insomma, contro i crediti stessi.

DALL’UNIVERSITÀ IN CRISI ALLA NUOVA UNIVERSITÀ

Negli ultimi dieci anni quattro diversi interventi governativi hanno modificato sostanzialmente il sistema formativo, tanto che oggi si può tranquillamente affermare che la “riforma” dell’università sia divenuta un processo permanente. Ci troviamo ora di fronte ad un’idea ben più pericolosa. Nel contesto di crisi del capitalismo che stiamo vivendo, il governo vuole scaricare i costi sociali su studenti e lavoratori precari.

Questa primavera l’attuale Governo Berlusconi ha redatto una serie di decreti volti alla netta diminuzione della spesa pubblica, con evidenti tagli nella Sanità e nell’Istruzione, nel tentativo di rimpinguare le desolate casse dello stato. Il decreto 112 del 25/6/2008, “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”, convertito in legge dal Parlamento il 6 agosto 2008 (attuale L.133) stabilisce varie disposizioni che assestano il colpo di grazia al sistema universitario. Le disposizioni in questione si distinguono per vaghezza di forma e aberrazione di contenuto; per farne una sintesi, le più caratterizzanti riguardano:

a) La riduzione del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) di 1.441,5 milioni di euro nell’arco di cinque anni, a partire dal 2009 (art. 66). Relativamente al FFO stanziato a livello nazionale per il 2008, si verificherà una riduzione del 20%. Sebbene, come spesso accade, i numeri dicano poco, sarà sufficiente pensare che la metà degli Atenei italiani impiega circa l’80% del FFO annuale per il solo pagamento del personale.

b) La drastica riduzione del turn-over del personale universitario fino al 20% delle cessazioni dal servizio (art. 66); ciò significa che per ogni cinque persone che andranno in pensione (o che passeranno di ruolo), potrà esserne assunta solamente una. In particolare l’articolo colpisce la categoria dei ricercatori, già notoriamente sottopagati rispetto agli standard europei.

c) Il disinvestimento dello Stato sulla formazione si estende ovviamente alla riduzione dei fondi stanziati per il 2010 per il diritto allo studio universitario (legge 390/91); interventi per alloggi e residenze universitarie; spese per il funzionamento delle università .

Il triste elenco sembrerebbe sufficientemente incredibile da terminare qui ma ciò di cui saremo privati, è molto, molto, di più. Come è (in)definito dall’art. 16 della Legge 133/08, le università hanno la “possibilità” di trasformarsi in fondazioni di diritto privato, con una semplice delibera a maggioranza assoluta del Senato Accademico. Una soluzione ipocritamente presentata come facoltativa, che risulta, per ragioni finanziarie, obbligata. Nella fattispecie, le Università sono costrette a reperire risorse sul mercato e a tassare ulteriormente gli studenti. La legge 133 sancisce di fatto la privatizzazione del sistema. Inoltre, quegli Atenei impossibilitati ad attuare la trasformazione in fondazioni di diritto privato diverrebbero, in un sistema a due livelli di qualità, sedi di “serie B”. Gli effetti sulla libertà di didattica e di ricerca sono devastanti: la ricerca pubblica risulta inevitabilmente condannata alla paralisi, in favore degli interessi dei futuri investitori privati.

La discriminazione più odiosa riguarderà però i giovani: il nuovo sistema stabilisce vari livelli d’accesso all’istruzione, in base alle condizioni economiche e sociali. Si profila la divisione tra Atenei d’eccellenza, isole felici, e Atenei senza risorse, di seconda classe, e inevitabilmente verrà meno il “valore legale” dei certificati di studio. Vale a dire che, per esempio, una laurea in Economia conseguita a Siena non equivarrà, in termini di contenuti,a quella di Pavia.

Le discriminazioni messe in atto dalla legge 133 non fanno altro che acuire il conflitto tra formazione e conoscenza. Nell’attuale stadio del capitalismo avanzato,la conoscenza è merce e fattore di produzione centrale. Per esserlo,la conoscenza deve essere artificiosamente mantenuta scarsa affinché risponda alla legge di domanda-offerta.

Per questo motivo la conoscenza viene parsimoniosamente trasmessa solo ai gradi più alti di studi superiori. Questo implica che la formazione universitaria debba essere un percorso nozionistico standardizzante ed omologante, che fornisca quella manciata di competenze necessarie a svolgere una data mansione in un determinato settore. Una formazione di questo tipo offre ad uno studente più o meno la cultura che una programmazione apporta ad un computer, una semplice assimilazione di concetti.

Urge, invece, affermare un’idea radicalmente diversa di cultura, nella sua accezione generale, unica premessa per la formazione di coscienze critiche, libere e non sottomesse. Con questi presupposti risulta necessario rilanciare con forza l’idea di autoformazione e progettare una nuova Università, pubblica ma non statale, che nasca da quei soggetti sociali che più di altri la vivono. Serve, insomma, un’autoriforma dal b

L’onda cresce, non ci fermerete mai!

giornata di mobilitazione dell’ateneo pavese

sfrattato tremonti dal suo studio

Questa mattina, martedì 28 ottobre, si è tenuta presso il cortile del rettorato l’assemblea delle assemblee di facoltà, partecipata da un migliaio di studentesse e studenti.
Ogni facoltà contro la legge 133 ha relazionato alle altre sull’evolversi delle mobilitazioni.
Sono intervenuti anche dottorandi, ricercatori e personale tecnico-amministrativo, oltre a una studentessa dell’assemblea della facoltà di lettere dell’università la sapienza di Roma.
Al termine dell’assemblea, studentesse e studenti sono partiti in corteo verso lo studio del professor Giulio Tremonti, estensore della legge 133 e ordinario di diritto tributario presso il dipartimento di economia pubblica e territoriale dell’università di Pavia.
Non avendo trovato il professore in studio, essendo in congedo parlamentare da 14 anni, gli studenti hanno consegnato dei pizzini raccolti precedentemente in assemblea, in cui ogni studente ha elaborato un messaggio da fargli recepire.
Gli studenti, ritenendo Tremonti, ministro dei tagli all’istruzione, incompatibile con ogni incarico accademico, hanno reso esecutivo lo sfratto dal suo studio.
“Sprechi? Tagliamo i baroni” citava lo striscione appeso alla sua finestra.
Le riforme non le fanno i ministri, men che meno quelli che in università non mettono piede da anni, men che meno coi tagli indiscriminati.
Le riforme dell’università le fa il corpo vivo dell’università. E ci stiamo lavorando…
Non paghi, gli studenti, hanno dato vita ad un corteo spontaneo per le vie cittadine, al grido di “non pagheremo noi la vostra crisi”.
Il corteo ha invaso gli spazi cittadini, coinvolgendo gli abitanti di una città universitaria totalmente dipendente, sia culturalmente che economicamente, da chi anima l’ateneo.
Spontaneità, creatività ed irrapresentabilità del movimento si sono concretizzate in improvvisati blocchi stradali.
Gli studenti delle scuole superiori e gli insegnanti di tutte le scuole incontrati lungo il percorso sono stati salutati: “ci vediamo giovedì”, in occasione dello sciopero generale della scuola, cui gli universitari parteciperanno con un proprio spezzone; ritrovo alle h.10 all’ingresso dell’università centrale.
Oggi sono iniziate le lezioni in piazza della vittoria. Esordio con il corso di “didattica delle lingue classiche”,ed una lezione dal titolo “Chi non si interessa della cosa pubblica non solo è inutile ma anche dannoso” [cit. Tucidide].
La partecipazione di circa 150 tra studenti e cittadini ha permesso di mostrare quello che è il nostro ideale di cultura, una cultura critica, bene comune.
Grande ilarità di tutti i presenti davanti al fulgido esempio di cultura fornito da uno sparuto gruppuscolo di pseudostudenti ultrafuoricorso fascistoidi, che ha ridicolamente e vanamente tentato di disturbare la lezione con sgrammaticati cori da stadio.
Stasera finale col botto: festa in università con musica, film, laboratori creativi e libera socialità.
Inizierà la raccolta fondi e adesioni per il weekend del 14-15 novembre: corteo nazionale a Roma, il comitato di benvenuto per la visita del ministro Gelmini a Pavia e la due giorni di assemblee alla Sapienza occupata.

studenti contro la 133 Pavia

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